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Sab, Giu
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E' tornato alla Casa del Padre

Il paese delle culle vuote

- di don Riccardo Robella -
Ricordo ancora con un sorriso quando, un lontano giorno di più di trent’anni fa, io e le mie due sorelle fummo convocati dai nostri genitori.

Con aria malandrina ci dissero che probabilmente tra un po' saremmo stati in quattro. Momenti di gioia e festa... Quando poi, alcuni giorni dopo, fummo riconvocati per sentirci dire che... no, niente fratello... era stato un errore, il nostro commento fu all’incirca: ”beh? E voi riprovateci che a noi un altro non è che faccia proprio schifo”. (tipica espressione di casa Robella per dire che ci sarebbe piaciuto da pazzi avere un altro pupo tra i piedi).

Altri tempi!

L’anno scorso in Italia sono nati 18.000 bambini in meno rispetto all’anno prima e 140.000 in meno rispetto al 2008. Nell’arco di un decennio un tracollo demografico senza precedenti! Il problema delle cosiddette culle vuote che sta svuotando l’occidente, e con drammatica velocità l’Italia, non nasce oggi, ma ha profonde radici, almeno culturali, nella politica del controllo demografico tanto in voga a partire dalla metà degli anni ‘70, quando nella mentalità comune il tasso culturale divenne inversamente proporzionale al numero dei figli (detto in soldoni: pochi figli = alta cultura, molti figli = ignoranza). Se poi ci aggiungiamo una serie di politiche di fatto contrarie alla famiglia ed alla natalità (è criminale penalizzare socialmente e lavorativamente una donna che aspetti un bimbo), orari di lavoro che rendono incompatibile l’incontrarsi dei genitori (il che, mi hanno detto, rende tecnicamente un po’ difficile fare figli...), la difficoltà di avere del tempo per poter vivere quel processo fondamentale che è l’educazione dei bimbi, e chi più ne ha più ne metta, il quadro è fatto.

Ma al di là di queste analisi, mi pare ci sia un altro pericolo più subdolo, che da molti decenni ci sta avvelenando il cuore...

 “Se non nascono bambini, chi ci pagherà la pensione?”. Quando sento frasi come questa, confesso, sono percorso da un fremito, e come Abatantuono... “mi scatt la viulenzaaa!!!” 

Ma è mai possibile che anche mentre pensiamo a chi abiterà le nostre città quando noi non ci saremo più, l’unica preoccupazione sia quella di tutelare noi stessi, il nostro piccolo futuro, i nostri cosiddetti diritti acquisiti?

L’orizzonte si restringe, il sentire collettivo declina. Ed ecco che i bambini smettono di essere un dono, ma improvvisamente diventano un diritto e quindi, in maniera non dichiarata, un possesso. Questo è un problema molto grosso, perché denota una totale assenza di progettualità e dove manca lo sguardo fiducioso sul futuro, e tutto è letto al presente, cessa la capacità generativa e si diventa sterili nella mente.

Il problema delle culle vuote mi pare derivi da un problema più profondo che attanaglia l’occidente e che si chiama vecchiaia del cuore: se non scommettiamo più sul futuro, anche sacrificando qualcosa del presente, molto presto saremo un ricordo passato e non abbiamo da andarne fieri.

“Se vi è speranza è nei prolet” scriveva Orwell nel romanzo “1984”... i prolet erano brutti, sporchi e inferiori di casta, ma fecondi, generativi!

Forse l’unica speranza che resta ancora all’occidente è proprio nell’accogliere la vita e accoglierla tanto... In fondo, se hanno accettato e vinto questa scommessa i nostri antenati, che sicuramente se la passavano molto peggio di noi, perché noi dovremmo sottrarci a questa responsabilità?

Se siamo qui è perché ieri qualcuno ha sacrificato un po’ del proprio oggi per per preparare il domani!

Don Riccardo Robella

Parroco

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